29/05/1985 Juve-Liverpool
Stadio "Heysel" Bruxelles - Il libro

 

Autore: Francesco Caremani

Titolo: Le verità sull'Heysel - Cronaca di una strage annunciata

Edizioni: Libri di Sport

Pagine: 150

Note: Recensione di Roberto Beccantini. Introduzione di Andrea Lorentini

«Io sono andato, ma non me l’hanno fatto vedere. Un medico, grande amico di mio figlio, ha assistito e mi ha raccontato quello che aveva visto. Allora abbiamo capito che i nostri familiari, non solo Roberto, al momento dell’autopsia in Belgio, erano stati sezionati come maiali e neanche ricuciti. Questa storia è poi venuta fuori al processo e i medici belgi hanno dichiarato che non gli pagavano lo straordinario e che il governo italiano aveva fretta di riavere i corpi».

La voce narrante è quella di Otello Lorentini che il 29 maggio ’85, a Bruxelles, ha perso l’unico figlio: medico di 31 anni, lasciava moglie e due bambini. Insignito della medaglia d’argento al valor civile per aver perso la vita mentre tentava di rianimare un ferito.
Questo libro racconta la lunga e coraggiosa battaglia legale che Otello Lorentini, come presidente dell’Associazione fra le famiglie delle vittime di Bruxelles, ha condotto fianco a fianco a chi come lui aveva lasciato il cuore sulle gradinate dell’Heysel. Una battaglia condotta tra meschinità, colpevoli silenzi e pressioni, tra gli altri, dei notabili del calcio italiano e internazionale. L’UEFA in testa, che grazie all’opera dell’Associazione è stata condannata alla corresponsabilità di tutti gli eventi che portano il suo marchio.

Grazie al materiale conservato da Otello Lorentini è stato possibile ricostruire, passo passo, una vicenda drammatica e restituire, per volere dello stesso Otello, dignità al dolore con la memoria, la stessa che in molti, troppi, hanno cercato di cancellare, uccidendo, se possibile, una seconda volta le 39 vittime di Bruxelles.
«Le verità sull’Heysel» apre uno squarcio nel muro di silenzio che per diciotto lunghi anni ha fatto da cornice a una strage dolosa, riflettendo se il calcio non sia morto proprio il 29 maggio dell’85 e ancora non ce ne siamo accorti.


LA RECENSIONE di Andrea Parodi (La Stampa Web)

Stadio Heysel di Bruxelles, 29 maggio 1985.
E' la finale di Coppa dei Campioni, a contendersela ci sono Juventus e Liverpool. Prima del fischio d'inizio si compie una delle più gravi stragi che il calcio e lo sport abbiano mai conosciuto.
La furia ubriaca di un gruppo di hooligans inglese si avventa sui tifosi juventini posizionati nel settore Z dello stadio. 39 i morti, di questi 32 sono italiani.

C'è anche un medico aretino di 31 anni, sposato e con due piccoli figli. Il suo nome è Roberto Lorentini. Ha affrontato la lunga trasferta in Belgio con il padre Otello. Ma Roberto muore, mentre stava tentando di soccorrere un ferito. Per questo motivo gli verrà conferita la medaglia d'argento al Valor Civile alla memoria dalla presidenza della Repubblica Italiana.
Il signor Otello si fa in seguito promotore della creazione dell'«Associazione delle vittime dell'Heysel». Tutto il materiale conservato negli anni con cura certosina dal padre di Roberto è stato trasformato in un libro, grazie alle capaci e sensibili mani di Francesco Caremani, giornalista aretino amico dello stesso Roberto Lorentini, che conduce il lettore alla ricerca delle verità su quella strage.

Leggendo il libro di Caremani non si sa più se piangere o se prendere a pugni il libro... tanta è la rabbia! Già, perché immergendosi nella lettura si scoprono tutti i retroscena di quella strage.
Ma, come se non bastasse, si scopre tutto il male che è stato commesso verso quelle 39 vittime negli anni a seguire, attraverso una vergognosa e infamante serie di processi e di scontri, che hanno portato solo ad un responso: dimenticare, dimenticare tutto.
Tutti hanno voluto dimenticare la tragedia e i suoi morti: l'Uefa, il Belgio, la Juventus, e la città di Bruxelles, la polizia. Come se nulla fosse successo, impedendo spesso la possibilità di commemorazioni. Hanno addirittura cancellato lo stadio, ricostruendolo e cambiandogli nome, nella speranza di eliminare anche il ricordo di quella tragica sera.
La realtà è che nessuno ha mai voglia di parlarne. Come fosse un ricordo ingombrante.

Ma Francesco Caremani non ha avuto peli sulla lingua. Ha messo nero su bianco tutta la verità, nuda e cruda, a volte anche un po' forte, ma certamente una verità onesta. Il libro è scritto con il cuore.
Ed è questa la cosa più importante. O, come ha scritto Roberto Beccantini, l'autore della prefazione, è stato scritto «senza astio, senza paura, senza secondi o terzi fini. Pane al pane».

Il libro si apre con le testimonianze di chi c'era, quel giorno e in quel luogo d'inferno. Sono testimonianze taglienti, vere, assolutamente e incredibilmente autentiche. Incredibilmente, sì, perché tutto sembra così assurdo e impossibile.
Testimonianze che portano profonde riflessioni a chi legge, che cercano di entrare nel racconto, di incrociare i vari ricordi e provare a immaginarsi quelle scene: l'insulso odio degli hooligan, i corpi accatastati, l'avanzare degli inglesi che lanciano per aria gli effetti personali dei tifosi esanimi.
Uno sfregio alla persona e alla sua dignità.
E poi la partita, giocata ugualmente nonostante tutti sapessero e tutti conoscessero esattamente cosa era successo. Un rigore inesistente, l'agonia della premiazione, mentre il sangue è ancora fresco al suolo del settore Z, e poi solo la voglia di sparire.

Ma le immagini del giro d'onore con la coppa in mano sono una scena da brivido, una scena da cancellare dalla storia dello sport, se ancora di sport si può definire. E in questo caso proprio non si può. La coppa, come ha giustamente scritto qualcuno, doveva essere lanciata verso la tribuna, verso i dirigenti dell'Uefa che hanno voluto quello stadio e quella vergognosa organizzazione. Le famiglie delle vittime ancora oggi chiedono una simbolica rinuncia a quella coppa, in modo che risulti, per sempre, «non assegnata». Dopo il danno, la beffa.
Che inizia a strage non ancora conclusa. Perché i corpi vennero sezionati come maiali per l'autopsia e non ricuciti? Perché in Italia qualcuno pianse sulla bara di un altro tifoso? Perché gli oggetti personali furono portati via dai cadaveri? Una storia purtroppo di soli 18 anni fa. Non siamo mica nel medioevo. E neanche nella Spagna della Controriforma. S
iamo nel XX° secolo, nella democratica e civilissima nazione belga, cuore politico della costituenda Unione Europea. Non nella struttura sperduta di un paese del terzo mondo.

L'Associazione fondata da Otello Lorentini ha anche condotto una battaglia legale, si è aperta un'inchiesta, c'è stato un processo, delle inutili sanzioni, degli umilianti risarcimenti. Ma soprattutto c'è stata l'indifferenza e la totale mancanza di rispetto nei confronti di 39 vittime.
Che ancora oggi chiedono giustizia. Impossibile chiedere perdono, sicuramente non con queste premesse e non con questo sfondo.
Tutte queste sensazioni, tutte queste testimonianze sono il sale stesso del libro di Caremani.
Un libro - verità che sarà sicuramente scomodo per qualcuno, ma necessariamente vero e necessariamente dovuto. Già, proprio dovuto, perché questo libro era, ed è, un doveroso omaggio verso quelle 39 vittime. Che se non hanno avuto giustizia in un aula di tribunale, hanno comunque il diritto di far sapere a tutti la loro storia.
Per avere una giustizia morale, perché la gente sappia e perché le verità non rimangano nascoste, così come molti hanno fatto e continuano a fare.

Qualcuno, un giorno, ha giustamente scritto che «nessuna persona è morta finché vive nel cuore di chi resta». E se chi resta ha il cuore di Otello Lorentini e la capacità di Francesco Caremani di tradurre questi sentimenti in inchiostro, possiamo stare tranquilli. Sono certo che Roberto, così come gli altri 38 tifosi del settore Z, rimarranno vivi nel cuore di chi leggerà le pagine del libro di Francesco.
E allora mi piace immaginarli sugli spalti dell'Olimpico il 22 maggio 1996, come se nulla fosse successo, a festeggiare la prima e unica Coppa dei Campioni della storia bianconera. Così come dovrebbe essere per una partita di calcio. Perché, come giustamente ci trasmette Andrea Lorentini nella sua bella e intensa presentazione, il calcio è vita.

Non dimentichiamolo, mai.


LA RECENSIONE di Stefano Olivari (Indiscreto.it)

Non ci sono parole per spiegare a un ragazzo dai vent'anni in giù che cosa sia accaduto il 29 maggio 1985 a Bruxelles, prima della finale di Coppa Campioni fra la Juventus di Platini e dei campioni del Mondo e il Liverpool di Dalglish e Rush. Non a caso tutti gli articoli commemorativi sono basati più sulle reazioni a quei fatti che sui fatti in senso stretto, come se una tragedia avesse valore solo quando ci tocca da vicino. Non ci sono parole, ma c'è un libro, 'La verità sull'Heysel', di Francesco Caremani, che abbiamo letto pur avendo la presunzione di sapere ormai tutto, su quei 39 morti e su quelle centinaia di feriti, dopo aver letto e ascoltato centinaia di testimonianze e di polemiche.

E a leggerlo abbiamo fatto bene, perchè i fatti hanno una forza che anni e anni di ipocriti 'quel giorno è morta anche una parte di me stesso' pronunciati da chi quella coppa l'aveva festeggiata non hanno per nulla sminuito. Va detto che quella di Caremani è una ricostruzione dei fatti che non ha come stella polare l'originalità, essendo stato scritto sull'argomento tutto e il suo contrario, ma che proprio per questo il libro sconvolge. La sensibilità dello scrittore, ma anche del conoscitore di calcio internazionale, impedisce lo schematismo inglesi hooligans animali e italiani simpatici escursionisti pacifici (i giornali dell'epoca ce li ricordiamo, tre quarti degli articoli erano di questo tenore), ma nel caso specifico le biografie di vittime (32 italiani su 39 morti) e carnefici parlano da sole. Non a caso in quel settore Z non era prevista nessuna presenza di tifo italiano organizzato, ma una sorta di zona cuscinetto. Per vari canali, da bagarini a rivendite belghe fino ad agenzie viaggio che si erano procurate quei biglietti fiutando l'affare, però in quel settore c'erano principalmente italiani, nemmeno tutti juventini e quasi nessuno ultrà.

Tante storie che messe insieme valgono più della somma delle singole storie. Le testimonianze di chi c'era, per capire l'inadeguatezza dell'Heysel ad ospitare l'evento. Il cantiere vicino allo stadio, per i più pericolosi tifosi del Liverpool vera miniera di armi. L'ottusità nei controlli, con gli hooligans che entravano a gruppi e gli italiani del settore Z (ripetiamo: che tutto erano tranne che ultras) perquisiti in maniera tignosa. La faciloneria dell'Uefa, dopo il buon andamento, sul piano dell'ordine pubblico, di Roma-Liverpool dell'anno prima (merito dell'organizzazione italiana, una volta tanto). La arrogante inettitudine della polizia belga. Il muro crollato, per alcuni causa di molte morti in più, per altri apertura di una via di salvezza. Gesti generosi e gesti di sciacallaggio, lo scempio dei cadaveri, con autopsie fatte con supponenza e razzismo. Sì, autopsie con razzismo. Senza tirare fuori Marcinelle, il Belgio ne esce a pezzi. E poi il processo, che fa giurisprudenza introducendo il principio della corresponsabilità dell'Uefa (o di chiunque organizzi un evento) nei fatti accaduti allo stadio, ma con la condanna solo di pesci piccoli, qualche relitto della società inglese, la censura dell'operato di qualche poliziotto sull'orlo della pensione, e un po' di soldi distribuiti fuori tempo massimo. Con la sentenza proprio durante i Mondiali del '90, che cade nel vuoto mediatico.

Un libro scritto da un giornalista che è stato un ragazzo juventino, ma che a diversi juventini non è piaciuto e non piacerà, non fosse altro che per la sottolineatura dell'indifferenza manifestata da dirigenti e da atleti nel 'dopo', volendo proprio assolverli per le reazioni a caldo. Questa è una recensione, non un processo, e in un altro spazio affronteremo il tema dei giocatori che forse 'sapevano' e della partita 'finta', con esultanza finale dei giocatori che però era sembrata vera. Allo stadio ma anche al ritorno in Italia, scendendo dalla scaletta dell'aereo con la coppa in mano, e con tanti inviti non espliciti, ma proprio per questo più odiosi, a dimenticare. Forse nel nome dello spettacolo che deve andare avanti. Da juventino Caremani avrebbe voluto la restituzione della coppa, con un 'Non assegnata' nell'albo d'oro che avrebbe impedito l'oblio, ma nella società bianconera questa tesi non ha mai trovato terreno fertile. E crediamo nemmeno fra la maggioranza dei tifosi juventini.

Un libro giornalistico con tanti punti di forza e uno solo, secondo noi, di debolezza: quello di ritenere le morti di calcio o per il calcio più assurde di altri tipi di morte, e quindi, in un certo senso, più gravi. L'autore era amico personale di uno dei morti dell'Heysel, Roberto Lorentini, medico eroico (aggettivo per una volta non usato a sproposito), che nel fuggi fuggi generale avrebbe potuto salvarsi se non si fosse fermato a praticare la respirazione bocca a bocca a un altro tifoso sfortunato, un bambino. Pochi secondi che hanno fatto la differenza fra la vita e la morte: per il padre Otello, intervistato da Caremani, e per le tante persone che gli volevano bene, rimangono l'orgoglio e una medaglia d'argento al valor civile. Per quella d'oro bisognava morire due volte, forse.

Sito ufficiale NoiSoli - Copyright 2004 - R1.1 gennaio 2005